Mi alleno poco, quindi sono grasso

Personal Training

Qualche giorno fa ho visto un video di un popolare Youtuber che si dedica ad allenamenti di Boot Camp in stile militare. Nel video l’autore rispondeva ai critici che mettevano in dubbio le sue competenze perché in sovrappeso.

Durante la discussione diceva di essere grasso perché, a causa di un incidente automobilistico, erano molti mesi che non si allenava.

Perché ingrasso?

La persona in questione, ahimè, non ha capito nulla del motivo per il quale si ingrassa. O per lo meno fa finta di non aver capito. In effetti è diventato grasso non perché meno attivo, ma perché mangia troppo.

Contrariamente alle pubblicità che ogni giorno ci bombardano e alle credenze popolari, il peso e la relativa composizione corporea non sono in gran parte determinati da quanta attività fisica facciamo.

Citando uno stralcio di un articolo del 2013 pubblicato sull’International Journal of Epidemiology relativo al ruolo dell’attività fisica in relazione al rischio di obesità, “… il dispendio energetico derivante dall’attività fisica sembra non avere alcun ruolo nel causare o moderare l’epidemia di obesità riscontrabile nei paesi occidentali …” Invece, continuano sostenendo, “il problema ha più a che fare con uno sbilancio tra quello che sarebbe stato il costo calorico in natura legato alla fatica e al tempo necessario per ottenere e/o preparare i cibi di cui nutrirsi”.

In altre parole le persone non ingrassano perché sono inattive o pigre, ingrassano perché mangiano troppo in relazione a ciò che consumano (caloricamente parlando).

Se è vero che più alti livelli di attività fisica si traducono in un maggiore dispendio calorico, è anche vero che la spesa calorica è spesso grossolanamente sovrastimata. Inoltre, non ha assolutamente l’effetto sul peso o sulla composizione corporea rivendicata nella commercializzazione di gadget per esercizi o nella frequentazione delle lezioni di “cardio” che si fanno in palestra.

Quando la dieta è fuori controllo

Al contrario, l’aumento dell’attività fisica può anche indirettamente contribuire all’aumento di peso per alcune persone perché tende ad aumentare l’appetito.

Se non stai controllando rigorosamente la tua dieta, questo aumento della fame unito alla disponibilità continua di cibo tipica della nostra società (cosa impossibile in natura) può contribuire pesantemente a farti ingrassare. Solo perché qualcuno non è in grado di mantenere un alto livello di attività fisica a causa di lesioni o limitazioni fisiche non significa che sia condannato ad essere grasso.

E’ invece possibile che sia necessario introdurre meno calorie delle persone più attive, ma se la loro attività è limitata, anche l’appetito sarà inferiore.

Ho allenato nella mia carriera vittime di ictus, persone con diverse problematiche articolari e vertebrali. Persino una donna che era sopravvissuta ad un grave incidente automobilistico. Ognuno di loro, mangiando correttamente era in grado di perdere peso e mantenersi magro senza dover aumentare la quantità di attività fisica oltre alle solite canoniche 4 ore di pesi mensili in Alta Intensità.

Impegno e disciplina

Lo so, ci vuole disciplina e impegno per farlo. Ma se vuoi mantenerti in salute e con un bell’aspetto, raggiungere e mantenere una composizione corporea sana è fondamentale. Aggiungerei che ne vale assolutamente la pena.

Indipendentemente dalle tue condizioni fisiche, se ancora puoi volontariamente contrarre i tuoi muscoli (è il caso del 99% delle persone), puoi e dovresti allenarti.

Indipendentemente dal tuo livello di attività fisica, se hai una percentuale di grasso corporeo elevata puoi e dovresti limitare l’assunzione calorica, così come scegliere attentamente gli alimenti che usi (ricorda che non tutte le calorie sono uguali) .

Pensa ai tuoi limiti fisici come ad ostacoli da superare piuttosto che a scuse per non provare, ed impegnati ad essere il più in forma e in salute possibile.

Referenze:

Amy Luke e Richard S Cooper. L’attività fisica non influenza il rischio di obesità: è tempo di chiarire il messaggio di salute pubblica. Int. J. Epidemiol. (2013) 42 (6): 1831-1836 doi: 10,1093 / ije / dyt159

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